Amedeo GaspariniAmedeo Gasparini profile image

Tito Broz, morto il 4 maggio di quarant’anni fa, era alla testa di un mondo multietnico, un impero post-Austro-Ungarico dell’Adriatico che, per via delle sei nazionalità e oltre tre decenni di pugno di ferro, sarebbe esploso e frammentato i diversi stati. La (ex) Jugoslavia non esisteva fino a poco prima della presa al potere di Tito e terminò poco dopo la sua scomparsa. Nato nell’odierna Croazia alla fine dell’Ottocento, figlio di contadini, impegnato politicamente sin da giovane nell’opulento e decadente impero di Franz Joseph, il macellaio dei Balcani divenne giovanissimo sergente nell’esercito.

Con l’invasione della Serbia dopo l’assassinio di Francesco Ferdinando, venne spedito sul fronte russo. Catturato dalle forze zariste, il giovane socialdemocratico venne a contatto col Bolscevismo. Finita la guerra, tornò nella nuova Jugoslavia – prodotto dei trattati post-bellici – e progressivamente scalò le file del Partito Comunista Jugoslavo. Dal ‘35 lavorò con i sovietici: scampato alle purghe staliniane, arrivò alle vette del PCJ, quando nel ‘41 il regno di Alessandro I fu invaso dalle potenze dell’Asse. Le repressioni naziste in territorio balcanico furono dure: da lì il “mito” dei partigiani jugoslavi, che si scontrarono con le truppe di Otto Skorzeny, il protagonista dell’Operazione Quercia a Campo Imperatore. I partigiani titoisti furono un boccone amaro per il Reich, che – vittoriosi alla fine della guerra – si estero lungo i Balcani, fino all’Istria, dove massacrarono migliaia di civili italiani.

Un voto popolare diede a Tito l’ottanta per cento dei consensi nel novembre 1945: cacciato Pietro II, instaurò una repubblica (de jure) che scivolò presto nella dittatura (de facto). Imprigionati i membri del clero, purgati gli oppositori politici ed espropriati molti territori nel paese, Tito – così come i comunisti greci e Mao Zedong – non era interessato all’espansione territoriale del Comunismo, quanto all’implementazione domestica (il contrario della linea sovietica). Difficili i rapporti con Stalin, che non tollerava l’“equidistanza” titoista tra Est ed Ovest. Espulsione del PCJ dal Comintern, boicottaggio della Jugoslavia e una ventina di attentati alla vita di Tito – accusato in seguito di aver fomentato le proteste di Budapest (1956) e Praga (1968) – furono le misure messe in atto dal Cremlino. Alle montanti richieste di indipendentismo delle federazioni jugoslave, il leader rispose con un’alternanza di repressioni e concessioni.

Tito si è sempre impegnato a mantenere l’unità jugoslava, cercando di essere sempre l’ago della bilancia del mondo a blocchi, senza averne la necessaria rilevanza economica e geopolitica. Semi-irrilevante per l’Ovest (che tuttavia apprezzava il suo astio per Mosca, utile per l’operazione “contenimento” del Comunismo), spina nel fianco per l’Est (nonostante l’apparente pacificazione con i successori di Stalin), nel mondo dei due blocchi la Jugoslavia aveva deciso di “fare da sé” e regnare incontrastata nel Terzo Mondo, tra massacri di ogni tipo. Strategia che pagò nella Guerra Fredda, ma che avrebbe evidenziato le mostruose crepe e contraddizioni fino alle drammatiche e sanguinose guerre interne dei primi anni Novanta. Allora, come sempre, una polveriera.

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