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Fare attenzione al non offendere nessuno rende la comunicazione eticamente corretta, ma a volte poco facile

Il rispetto di tutte le parti quando si parla, che sia una situazione formale o una quotidiana chiacchiera davanti al caffè, è diventato un punto di cruciale importanza nel rispetto etico di ogni diversità, sia essa religiosa, etnica, politica o di genere. Il punto fondamentale è che si è giunti, finalmente, alla consapevolezza che la diversità non è un deficit, non qualcosa di cui vergognarsi o tenere occultato per paura di un giudizio o di un diverso trattamento, ma piuttosto una ricchezza, che apre alla possibilità di dialogo e confronto rendendo il mondo variopinto e non monocolore.

Il senso della diversità è molto profondo, e ci coinvolge tutti in prima persona: essendo animali razionali – come Aristotele ha definito l’essere umano – ciò che ci differenzia dal resto del mondo naturale, con il quale condividiamo gli istinti (nutrizione, riproduzione, sopravvivenza) e certe facoltà di percezione sensoriale, è il possesso di un intelletto molto sviluppato che in primo luogo ci rende diversi. E questo è un primo elemento. Ancora più nel profondo, questo intelletto – o almeno quello che nella sua teoria il filosofo chiama «passivo» - di cui siamo dotati non solo ci differenzia dal resto della natura, ma, essendo un elemento che recepisce e interpreta le informazioni dal mondo esterno tramite i sensi e ne elabora giudizi (l’atto del pensare), è assolutamente individuale e quindi diverso nei contenuti per ognuno. In questo senso, ogni individuo è diverso da tutti gli altri in una fase ancora anteriore alle differenze di tipo somatico, di genere o etniche.

In questo senso portato all’estremo di diversità, abbiamo a che fare con essa in ogni momento in cui abbiamo un contatto con una persona numericamente diversa da noi. Ed è anzi proprio in questo contatto che riconosciamo la nostra individualità, unica e inimitabile.

Stando a questo, vedendo gli altri come diversi da sé, e il sé diverso dagli altri, perde di senso ogni tipo di discriminazione, perché, in un mondo caratterizzato da questa molteplicità di differenze, diffideremmo dal discriminare per evitare a nostra volta di essere discriminati.

Nell’ottica dell’accettazione della diversità, la political correctness ha agito in favore dell’asservimento del linguaggio a questa esigenza di rispettare fino in fondo gli interlocutori, soprattutto negli ambiti della comunicazione e della politica, nei quali ci si rivolge ad un pubblico o ad una platea di tipo eterogeneo che esige che vengano rispettati fino in fondo i propri diritti. Questa esigenza ha portato alla sostituzione di diverse parole ritenute offensive; alla modifica di alcune altre, nelle varie lingue, per ovviare a discriminazioni di genere e ad alcuni modi di dire che penalizzavano il sesso femminile.

Per quanto queste siano questioni di importanza fondamentale, c’è chi pensa che un uso eccessivo di questa correttezza politica inibisca i confronti rendendo difficile la comunicazione e la risoluzione di problemi senza che vengano in qualche modo offese le parti (ad esempio quando in politica bisogna discutere di questioni riguardanti minoranze etniche o religiose).

La migliore amica del comunicatore è quindi diventata una bilancia con la quale esso deve costantemente pesare al milligrammo ogni parola che proferisce.