Gaia CarusoGaia Caruso profile image

Fortunato filone narrativo, il fanta-horror utilizza un contesto fantascientifico per rappresentare, sotto forma di alieni, le nostre paure più inconsce. L’opera che più di tutte ha consacrato e reso famoso il genere è Alien(1979) di Ridley Scott. Il film segue le vicende dell’astronave Nostromo, il cui equipaggio, in seguito a una falsa richiesta di soccorso proveniente da un pianeta sconosciuto, porta a bordo un organismo alieno. Quest’ultimo, fecondando il corpo di uno degli astronauti e portandolo alla morte, produrrà un alieno muta forma che, sempre più grande e aggressivo, metterà a dura prova la sopravvivenza dell’equipaggio. In questa pietra miliare del genere, il mostro, predatore perfetto, ci viene mostrato il meno possibile e, con lasua indeterminatezza, diventa la metafora perfetta di tutte le umane paure. L’ambiente dell’astronave, poi, buio e umido, in cui si respira già un’aria di decadenza, contribuisce a trasmettere allo spettatore un’ansia e un’angoscia crescente. L’atmosfera del film deve molto a La cosa da un altro mondo (1951), classico del cinema di fantascienza degli anni Cinquanta, in cui un gruppo di esploratori rinviene per caso un extraterrestre ibernato nei ghiacci del Polo Nord con la sua astronave. Liberatosi dal ghiaccio, il mostro, un organismo vegetale di forma umanoide, diventa una minaccia per la base scientifica perché si nutre di sangue animale e umano. Il film ha il suo punto forte nell’alta suspense, e un tema ben sviluppato, che sarà al centro di molte altre pellicole di fantascienza, è il conflitto tra militari e scienziati. La rappresentazione della creatura, tuttavia, è piuttosto ingenua e datata, e non molto fedele al racconto di partenza, come invece nel remake di John Carpenter del 1982, in cui la “cosa” ha il potere di assumere le sembianze degli esseri viventi con cui viene in contatto, scatenando la paranoia fra i ricercatori della base, ignari di quale corpo di volta in volta il parassita si impossesserà. Un’idea simile la troviamo nel capolavoro assoluto del genere, L’invasione degli ultracorpi (1956). Un medico, di ritorno alla sua cittadina in California, scopre che dei baccelli alieni producono dei sosia degli abitanti durante il sonno e si sostituiscono a essi. Produzione a basso costo, pressoché priva di effetti speciali se non per i baccelloni, il film si basa unicamente su un’idea semplice quanto geniale, proprio perché, in questo caso, gli esseri alieni sono dei parassiti invisibili, che assumono in tutto e per tutto le sembianze degli esseri umani, indistinguibili da essi se non per la mancanza di emozioni. La tensione è creata unicamente dall’atmosfera angosciante e dalla crescente paranoia del protagonista, che, in una fuga perpetua, senza potersi mai addormentare, è l’unico che sembra accorgersi della prossimità del pericolo, nell’indifferenza più totale della cittadina. Quando uscì, il film venne interpretato, in chiave politica, sia in maniera anticomunista che anti-maccartista, ma è tutt’ora attuale, per la sua capacità di far riflettere lo spettatore su ciò che ci rende umani: solamente il nostro corpo, oppure anche qualcosa di più profondo e indefinito?