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Parla il filosofo: ricerca e comprensione del vero con le parole di Costantino Esposito, dall’Università degli Studi di Bari «AldoMoro»
@latramu

Quando si fa ricerca, essa è sempre «ricerca di qualcosa» e questo «qualcosa» è la verità. Ma quando si parla di «verità», di cosa si sta parlando?

Innanzi tutto mi verrebbe da rispondere che la verità è qualcosa da scoprire, più che da definire. E questo per un motivo preciso: perché il vero non è tanto un ‘prodotto’ della nostra mente (anche se c’è bisogno della nostra mente per riconoscerlo), ma è l’esperienza di un ‘incontro’, di una sorta di partnership tra il nostro io e il mondo. Certo, la realtà esiste anche senza di noi, e il fatto che noi tante volte non ci accorgiamo delle cose, non fa sì che esse non ci siano più (e infatti quando poi siamo costretti ad accorgercene, il più delle volte è una sorpresa o uno schock!). Il rapporto è asimmetrico: la realtà ci precede, tanto è vero che chiamiamo la nostra nascita anche come un “venire al mondo”: sta qui il senso ultimo della nostra finitezza. Ma quando ciascuno di noi viene al mondo, e comincia a percepirlo, facendosene toccare, e reagendo alla sua presenza, cercandone il senso, conoscendolo, mettendolo in questione – ecco, è proprio allora che il mondo stesso può esistere ‘veramente’. Cioè non soltanto come un qualcosa di irrelato che stia lì, di fronte a noi o fuori di noi, ma come un incontro rinnovato con il nostro io. Ed è imprevedibile, e sorprendente, ciò che da questa scintilla del nesso tra la mia intelligenza e la realtà può sprigionarsi. E dunque la verità è l’esperienza di un incontro in cui la realtà mi si dona e grazie a tale incontro può manifestare il suo senso, che senza il nostro io resterebbe il più delle volte nascosto.

Si dice: «verità della scienza»; «verità della filosofia» o «verità della fede». La verità è il punto d’arrivo di tutto il sapere umano, o piuttosto un qualcosa di relativo ad un sistema di riferimento?

Certo la verità si può e di deve coniugare in forme e procedure diverse, a seconda degli oggetti e dei relativi metodi di conoscenza cui essa può riferirsi. Ma se da un lato bisogna evitare attentamente ogni sovrapposizione di piani, dall’altro non ci si può sottrarre alla tensione unitaria dell’esperienza.    Ad esempio, la verità di un processo chimico o biologico, e le relative procedure per verificarla, non possono essere equiparate tout court alla verità di un rapporto amoroso, a meno di ricondurre l’affettività alla reazione biochimica: il che si può anche fare (ed è probabilmente fatto da molti), ma, ad essere realisti, difficilmente questa equiparazione ci farebbe capire tutta la portata del nostro desiderio amoroso. Nel senso che in quest’ultimo è all’opera una verità della nostra persona in cui è in gioco tutta la nostra libertà e il nostro rapporto con un’altra persona, di cui la struttura azione/reazione non spiegherebbe tutta l’ampiezza. Proprio la differenza dei piani della realtà e la diversità delle loro leggi chiede che le verità specifiche – per poter funzionare nella loro relatività – siano connesse e intrecciate fra loro. In fondo è proprio questa connessione, o per meglio dire questa ‘sintesi’ dell’esperienza che permette di capire e illuminare meglio i singoli aspetti di essa.

L’uomo ha «il potere» di giudicare cosa sia vero e cosa no?

Penso che l’uomo non solo abbia questo potere, ma sia anche chiamato continuamente ad esercitarlo. Tutto però è intendersi sulla natura di questo ‘potere’ giudicante. Il più delle volte (purtroppo, aggiungerei) il giudizio sul vero e sul falso viene identificato o con una procedura logica o una tecnica argomentativa – le quali naturalmente svolgono una funzione di primo piano in ogni discorso sulla verità, direi come condizione necessaria, ma non sufficiente –, oppure come l’applicazione di una spiegazione già posseduta sul mondo, che è poi la permanente pretesa di ingabbiare la verità in una ‘ideologia’. Penso invece ad un altro tipo di giudizio, che starebbe alla base del nostro ‘potere’ di dire e di fare la verità, senza predeterminarla a priori: è quello che una volta Agostino (nel X libro delle Confessioni) ha chiamato una “iudex ratio”, una ragione giudicante, che consiste nella capacità da parte degli esseri umani di “interrogare” la realtà, e nella loro competenza veritativa. Essa consiste infatti nel cogliere la corrispondenza tra il modo con cui le cose (la natura, gli altri esseri umani, gli eventi storici ecc.) ci parlano e la voce che è presente nel nostro io, cioè quell’attesa di senso e di logos che abita nella nostra mente e nel nostro cuore.

Stando al noto detto: «beata ignoranza!», è davvero preferibile per l’uomo ricercare, ed eventualmente conoscere, la verità? Potrebbe essere una scoperta deludente?

Senza teorizzare molto, vorrei rispondere con due esempi. Poniamo che tu ti innamori perdutamente di una persona, e che questa all’inizio non ti corrisponda, con l’evidente conseguenza di una tua profonda tristezza e insoddisfazione. Ma poi, col tempo, e magari con un po’ di fortuna, la situazione cambia, e anche l’altro (o l’altra) si innamora di te, corrispondendoti. La sera in cui lo scopri cambia tutto, e la notte a stento riesci a dormire, tanto questa novità amorosa ti ha ‘preso’. Al mattino, appena risvegliato, quale sarà la cosa che probabilmente ti verrà da fare? Chiamarla o incontrare quella persona e chiederle (esplicitamente o tacitamente): “dimmi che è vero!”, o: “ma allora è proprio vero?”. Ciascuno di noi è fatto per godere di quell’affezione e insieme (ma in questo insieme si gioca tutta la partita) della sua verità. Ma facciamo anche il caso inverso, e cioè che tu, innamorato perso di lei (o di lui) non glielo dica né glielo faccia capire per timore che possa risponderti di no. Non rischieresti, solo per la paura di esser deluso. Ma in tal caso non rinunceresti solo alla verità, ma alla tua stessa vita.

La verità, nei secoli, è profondamente penetrata nella sfera etica, assumendo le vestigia di un vero e proprio precetto morale: «non dire falsa testimonianza». Che valore ha la verità nella vita sociale?

C’è stato un lungo periodo nella storia della nostra cultura, in cui si è sviluppata progressivamente una tendenza che potremmo chiamare “nichilistica” in cui – a partire dall’idea di verità come menzogna in Nietzsche, passando attraverso la liberazione del desiderio del Sessantotto, sino alle teorie sulla società “post-moderna” di fine XX secolo – si è teorizzato che la verità è un idolo da cui prendere le distanze o addirittura da demolire, per poter ‘liberare’ tutta la creatività dei soggetti ed evitare le nefaste conseguenze dei totalitarismi e dei fondamentalismi (religiosi, politici o tecnocratici che siano). Ma alla prova dei fatti è successo che la prospettiva si sia rovesciata: liberarsi della verità ha spesso significato liquidare la realtà o ridurla a quello che il potere – di qualsiasi genere esso sia, da quello tra le persone a quello nella società o nella vita economica – decide che sia. La verità ha un enorme peso sociale, ma direi non tanto in negativo (un rischio che pure c’è stato tante volte nella nostra storia, quando qualcuno ha deciso cosa fosse reale e cosa no in base ai suoi schemi ideologici); ma anche e soprattutto in senso positivo, come salvaguardia e difesa della libertà delle persone. Il punto di svolta oggi è sotto gli occhi di tutti attraverso la questione torbida delle “fake news” e della loro capacità di orientare subdolamente il consenso e la stessa percezione del mondo. Nel momento in cui il nichilismo è ormai compiuto, proprio attraverso il dominio planetario della tecnica, secondo cui nulla è più ultimamente “dato”, ma tutta la realtà può essere tendenzialmente creata e controllata da parte di chi detiene il monopolio dell’informazione digitale, parlare di verità diventa non più un ‘dovere’, ma un ‘bisogno’ insopprimibile. Il bisogno di essere liberi.