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Lo scontro tra «chi voglio essere» e «chi vorresti che sia» tra le righe della celebre opera dei Linkin Park

Per la prima volta da quando esiste questa rubrica cambieremo format, tralasciando la presentazione della storia di un artista e concentrandoci più sul messaggio che questo ha voluto mandare attraverso una sua canzone.

Quando un artista scrive una canzone per esternare una parte di sé avviene un fenomeno strano, che sfida le leggi della logica e fa convergere un’apparente contraddizione: un brano che nasce da sentimenti profondamente intimi attrarre a sé tutte le altre individualità che provano le stesse cose, diventando quindi estremamente personale a allo stesso tempo largamente condiviso. Ed è proprio nel ritrovare in una canzone ciò che si sta provando internamente che ci fa innamorare di questa, ma non solo, ci si sente magicamente capiti, il senso di solitudine nel sentire di non poter condividere i propri problemi e che questi non si allevierebbero in ogni caso d’improvviso svanisce.

Riprendendo il tema che ha dato vita a questo numero di L’universo su quel particolare periodo della vita di un ragazzo quando si trova a fare delle scelte che determineranno il proprio futuro, il testo che propongo è della canzone Numb, scritta da Chester Bennington, ormai ex cantante – causa la sua dipartita – dei Linkin Park. Perché questo testo? Perché in quella fase della vita che abbiamo appena ricordato, alla maturazione di una scelta convergono diversi fattori: le propensioni personali, le opportunità logistiche ed economiche, sogni, dubbi, ma soprattutto una figura importantissima, quella dei genitori. Spesso questi ultimi sono proprio la determinante di una certa scelta piuttosto che un’altra. Dopotutto sono la fonte più importante di ogni risorsa di un ragazzo, che sia essa psicologica, culturale, economica, ed è giusto che abbiano l’ultima parola, anche se non necessariamente vincolante, sulle decisioni dei propri figli. C’è un problema fondamentale, però, che è spesso causa di litigi ed incomprensioni tra genitori e prole: spesso i primi non realizzano che i secondi abbiano delle loro passioni, dei loro sogni, finendo per schiacciarli sotto la loro volontà forte e vincolante; i secondi invece non capiscono che nei primi possono trovare un confidente, non credendo alla classica frase «sono stato giovane prima di te!».

Il nostro Chester racconta di quei genitori che soffocano le volontà dei figli, cercando di inquadrarli in quel progetto che si erano prefigurati per loro, soprattutto quando c’è una professione avviata in ballo (azienda di famiglia, studio medico o legale, ecc…). Scrive infatti «Sono stanco di essere ciò che vuoi che sia», o «Sotto la pressione di camminare nelle tue scarpe». Questo atteggiamento rischia di annichilire il ragazzo e farlo scivolare in una sorta di infelicità che potrà, nei casi più gravi, trasformarsi in frustrazione o depressione da adulti. Chester si sente infatti «intorpidito» e tutto ciò che chiede a suo padre è «essere più me stesso e meno come te».

A volte i genitori dovrebbero lasciare camminare i figli con le loro scarpe, lasciandoli liberi di provare ed anche di sbagliare, perché potrebbe sempre accadere che sceglieranno da sé la strada giusta per essere felici.