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L’unione che entrerà nella storia con la sua paradossale divisione

“Siamo onde dello stesso mare, foglie dello stesso albero, fiori dello stesso giardino”.
Così ha deciso la Città di Lugano, prendendo il prestito le parole a Seneca, di sensibilizzare la popolazione riguardo all’importanza di stare a casa durante questo periodo di quarantena.

La dichiarazione di uno stato d’emergenza ha cambiato tutte le carte in tavola, stravolgendo le dinamiche relazionali di un’intera società.
Il bicchiere di bianco all’aperitivo del giovedì in centro città è rimasto vuoto per un po’ e ancora fatica a riempirsi. L’intero sistema economico si è bloccato per una causa di forza maggiore.

Abbiamo iniziato a leggere frasi di speranza appese ovunque, come «Andrà tutto bene» e «Ne usciremo insieme».
La sovranità dell’io di una società consumista si è trasformata in un noi. Un patriottismo che si può paragonare a quello dei tempi della guerra.
Il vicino di casa, che prima non si sopportava, è diventato ora il compagno di ripetuti flashmob all’insegna dell’unione che ora ci accomuna.
Questo succede perché l'essere umano ha bisogno di potersi sentire al sicuro per sopravvivere e essere parte di un gruppo é quello che da sempre lo ha tenuto in vita.

Ma la paura è un sentimento tale da poter unire e allontanare allo stesso tempo.
Il collega frontaliere è diventato un nemico che «non deve attraversare quella dogana perché la mia salute é importante, perché noi dobbiamo proteggerci».
Per il cervello umano é più facile poter puntare il dito contro qualcuno o qualcosa che vede, per non crollare nella disperazione di quelle giornate ora un po' più vuote.

Tutto d’un tratto ci si è ritrovati a dover scegliere tra la vita di pochi e il benessere di altri dettato dal flusso economico.
Lo stato che ci rappresenta ha scelto per noi, riflettendo quella che dovrebbe essere l’opinione di coloro che sono esperti in materia e che lavorano per tenerci al sicuro.
Le regole che sono state imposte sono servite e serviranno a combattere quel nemico invisibile che si è presentato nelle nostre vite qualche mese fa con il nome di COVID-19.

Siamo diventati, talvolta inconsciamente, soldati di un esercito che combatte per la vita della popolazione. Alcuni combattono per l’ideologia, altri per sé stessi e altri per coloro che hanno vicino.

Vivere in prima persona questa situazione può essere terrificante, soprattutto per la sua somiglianza a quel mondo crudele della guerra che ci sembra sempre troppo lontano per essere vero.
È un mondo del quale abbiamo solo avuto un assaggio, quello più dolce ma che talvolta lascia l’amaro in bocca.
Veniamo cullati dal silenzio di una guerra invisibile che lascia dietro di sé i corpi dei caduti, per i quali versiamo le nostre lacrime dietro ad una mascherina.

La nostra casa ha chiuso le dogane. Ci ha separati dal resto del mondo, così come anch’esso ha fatto a sua volta, per proteggerci.
Ci siamo allontanati dagli altri per poi unirci tra di noi, al fine di «salvaguardare i nostri» a suon di applausi per il personale sanitario che combatte in prima linea.

I nostri nonni hanno raccontato della guerra. Noi parleremo di quei tempi passati in casa a sperare che un sistema sanitario non crollasse. Loro hanno lottato per le nostre vite, noi combattiamo oggi per le loro.