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«Si tratta della ricerca di un perfetto equilibrio di interessi e rispetto dei diritti fra chi si esprime e chi ascolta»

Il professor Adriano Fabris, esperto di Etica e Comunicazione, e professore presso la Facoltà di Teologia di Lugano ha accettato di rispondere ad alcune domande attorno al concetto di Political Correctness, dandoci così alcuni spunti di riflessione su un argomento che alcune volte può lasciare spazio a situazioni controverse.

Non è sempre facile tracciare un confine netto tra quello che è giusto e quello che non lo è, ed è qui che talvolta nascono le incomprensioni dovute alle differenze dei singoli individui. Come influisce sulla sua vita, quale professore di Etica, il fatto di dover sempre tener conto della diversità sotto ogni suo aspetto (culturale, sessuale, religiosa, politica...)?

«Non si tratta di un grande sforzo. Per chi cerca di comportarsi eticamente – cosa che d’altronde non è affatto scontata nel caso dei professori di Etica...– il riconoscimento delle diversità non è un dovere, nel senso di un’imposizione che cala dall’alto. Si tratta invece di un atteggiamento che è conseguenza naturale di quel rispetto delle differenze che è alla base di qualunque azione buona. Per agire bene, cioè per promuovere e attuare le relazioni in cui siamo coinvolti, e per venire arricchiti da queste relazioni, è necessario infatti rendersi conto, anzitutto, che gli altri esseri umani non sono come me.»

La società odierna preme per un uomo che possa sentirsi libero di essere sé stesso. Crede che questa libertà possa paradossalmente intaccare l’idea di rispetto verso le differenze altrui?

«Viviamo in una società per molti aspetti narcisistica. Ciò vuol dire che la libertà di essere chi si è in molti casi è legata a una sorta di autoammirazione. Qui ciò che conta è pensare anzitutto a me, e basta, senza considerare le conseguenze che tale atteggiamento può avere sugli altri. Non è che in tal modo s’intacchi necessariamente il rispetto delle differenze. Chi è narcisista non è pregiudizialmente cattivo. Solo che gli altri esseri umani non sono il suo pensiero predominante.»

Il Politicamente Corretto è nato per cercare di limitare il sentimento di offesa, ma per farlo è necessario limitare colui che parla. Un confine molto sottile. Come, secondo lei, bisogna agire per cercare di rispettare entrambe le parti?

«Si tratta della ricerca di un equilibrio fra gli interessi e i diritti di chi si esprime, quelli di chi ascolta e quelli di chi stiamo parlando, cioè di chi è l’argomento di un discorso. Non c’è una regola generale, da applicare meccanicamente, per mantenere il rispetto nei confronti di questi soggetti. Si tratta di tenere conto delle sensibilità di ciascuno, e di mediare fra di esse. Un’avvertenza però c’è: non si può dire tutto. Ma non si tratta di un impedimento, bensì di un’autolimitazione. È un atto che ciascuno può liberamente far proprio, è un esercizio di libertà da parte di chi parla, è un dono di cui bisogna essere grati.»

Ritiene che la satira, criticata da molti per il poco rispetto nei confronti di terzi, vada contro l’essere politically correct, sebbene sia definito come uno svago senza scopi offensivi?

«La satira è un registro linguistico particolare. Non dice solo qualcosa: dice anche che si sta scherzando, magari esagerando, su questo qualcosa. La condizione perché la satira riesca, però, è che tutti capiscano che si tratta di satira. Se ciò non accade, la satira diventa offensiva».

Viviamo in una nuova era digitale, dove quello che diciamo e facciamo può essere visto da chiunque. Sostiene che questo amplifichi a livello personale la concezione di correttezza o che si agisca solo nei limiti della paura di essere criticati?

«Spesso oggi sono criticate persone che si esprimono sui Social in maniera politicamente scorretta. Magari queste persone non si rendono conto della potenza comunicativa delle tecnologie e si comportano come se stessero parlando con quattro amici al bar. Ma anche al bar bisogna essere rispettosi e corretti, sebbene ci sia forse più confidenza con i propri interlocutori e meno pericolo di essere fraintesi. In rete, invece, un discorso può raggiungere tantissime persone, e i rischi di fraintendimento aumentano. Ecco perché, nell’uso delle tecnologie, ci vuole più attenzione e competenza che nell’utilizzo degli strumenti di comunicazione tradizionali.»

Quando, secondo lei, l’essere sempre corretto e rispettoso nei confronti altrui si spinge verso l’eccessività?

«Quando non rispetta la grammatica e la sintassi di una lingua. Quando i discorsi si dilungano troppo per esprimere tutti i distinguo. Quando si cercano differenze anche se nessuno lo richiede. In tutti questi casi il politicamente corretto è controproducente. Addirittura, talvolta, rischia di diventare ridicolo.»

In conclusione l’essere politically correct è un atteggiamento alla base dell’agire nell’ottica del bene che richiede un atto di collaborazione tra chi si esprime e chi ascolta, raggiungendo così rispetto e libertà comuni.