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Professor Krienke, com’è nata la mostra “Europa: una Svizzera in grande”?

L’idea è nata da una collaborazione tra Fondazione De Gasperi e Fondazione Adenauer a Roma, che si sono interrogate sull’attualità di De Gasperi, Adenauer e Schuman: sono ancora nella coscienza dei nostri concittadini? I giovani trattano a scuola, i tre padri fondatori dell’Europa? Presto abbiamo capito che la mostra sarebbe stata utile anche agli adulti e quindi abbiamo approfondito questi tre personaggi, chiedendoci cosa li avesse spinti a proporre l’idea d’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale. Di solito si dice sempre che l’Europa è stata un’esigenza: è vero, ma d’altronde, i nazionalismi, e l’egoismo nazionale erano ben radicati in tutte le nazioni e non era scontato il fatto che si sarebbe deciso di fondare l’Europa. Al contrario: è stata un’idea di loro tre, che hanno dovuto combattere per le loro visioni nei parlamenti e convincere il loro popolo che quella era la strada giusta. Ormai è stata dimenticata questa idea di fare politica: un’idea di lungimiranza, di tenacia, basata su di un fondamento di valori e fede cristiana, approfondimento e studio.

“Una Svizzera in grande”: in che modo l’Europa è o era simile alla Svizzera?

L’Europa è allo stesso tempo simile e dissimile dalla Svizzera. Simile perché diversi stati con le loro culture, le loro diversità vogliono mettersi assieme per realizzare una finalità politica comune senza eliminare le differenze, che rimangono un valore e una ricchezza e quindi un’idea federale che può affermarsi economicamente e politicamente in un sistema globalizzato. Solo insieme si può e si deve andare avanti, ma senza distruggere le differenze dei popoli. Sicuramente la CECA è stata l’inizio dell’Europa, ma la Svizzera è cresciuta nei secoli con diversi cantoni (non erano stati-nazione che poi si sono messi assieme).

Quali sono stati gli errori che si fecero allora nella costruzione dell’Europa?

Uno degli errori è stato non aver fatto un esercito comune dell’Europa e una Costituzione dell’Europa, causando già una piccola crisi dell’Europa.

Senza un’idea cristiana di fondo sarebbe stata possibile un’Europa come quella che conosciamo oggi?

Naturalmente bisogna distinguere tra Chiesa e Cristianesimo e tra Cattolicesimo e Protestantesimo: la loro idea non era quella di Chiesa o Cattolicesimo come confessione, ma di Cristianesimo come cultura, come visione dell’essere umano, come un insieme di valori. Non doveva essere un’Europa basata sulla Chiesa: loro volevano un’Europa laica e non sotto la guida della Chiesa. Adenauer, De Gasperi e Schuman erano tutti e tre cattolici, ma non hanno distinto tra Cristianesimo cattolico, protestante o ortodosso, ma l’idea del Cristianesimo in sé è stata certamente determinante.

Nelle conferenze in cui ha presentato la mostra lei ha parlato molto della dottrina sociale della Chiesa: sommariamente, quali sono i suoi punti salienti?

La dottrina sociale della Chiesa inizia con la Rerum Novarum, enciclica del 1891 e gli elementi sono: valore della dignità universale di ogni persona umana. Secondariamente, la solidarietà: il Socialismo ne propaga un’idea della lotta e dello scontro, mentre l’idea solidale cristiana è universale e abbraccia anche chi ha sbagliato, come ad esempio la Germania che ha iniziato una guerra. La prospettiva non poteva essere un’Europa ad esclusione della Germania. Terzo elemento: sussidiarietà. Si preferiscono le unità più vicine alle persone: non troppe competenze devono essere affidate all’istanza superiore o suprema. In quanto tutti e tre i fondatori dell’Europa sono nati in terra di confine, erano infatti anti-centralisti: Adenauer a Colonia al confine col Belgio; De Gasperi in Trentino, che addirittura era austriaco; Schuman in Lussemburgo.

In che modo il fatto che fossero di frontiera ha aiutato a formare l’idea di Europa?

Come appena detto, tutti e tre erano anticentralisti. L’Europa si poteva fare solo se ogni nazione cedeva un pezzo della sua sovranità. Il progetto europeo andava avanti solo se tutti i paesi davano un pezzo di sovranità ed erano favorevoli a trasferirlo all’Europa. Inoltre, essendo proprio nati in periferia, i tre padri fondatori erano da sempre a contatto con la diversità. Non sono nati in un ambiente di monocultura.

Parlava prima dell’esclusione della Germania: in una delle sue conferenze lei ha ricordato che De Gasperi era dell’ex Impero Austroungarico, Schuman era alsaziano e Adenauer veniva dalla Prussia: c’è sempre stata solo un’Europa di matrice tedesca?

In qualche modo c’è una forte matrice tedesca: tutti e tre parlavano tedesco, cosa che era un grande vantaggio (ma da lì non trarrei alcuna conclusione sul fatto che l’Europa è troppo tedesca). L’attuale dominio della Germania è basato più sulla Riunificazione e la nuova posizione che la nuova Germania ha assunto dal 1990. Del resto, l’Europa è stata anche una grande proposta francese, fatta attraverso il Piano Schuman, la (fallita) Comunità Europea di Difesa e l’Euro (che non è stata una proposta tedesca, come molti dicono). Ed è sempre stata una proposta dell’Italia, che aiutava a mediare tra Francia e Germania. La Germania non ha avuto sovranità sino al 1949-50: Adenauer venne eletto solo nel ‘49, quindi non si può dire che è un’Europa tedesca; e De Gasperi ha sempre aiutato molto i tedeschi a ritrovare la via nell’unità dei popoli liberi e democratici.

Tre uomini, ma a fare l’Europa sono stati anche Churchill, Spaak, Spinelli, Bech e Monnet. Perché mancano in questa mostra?

La Gran Bretagna non faceva parte della CECA, anche se Churchill è stato il primo a parlare di “Stati Uniti d’Europa” a Zurigo nel 1946, ma poi si è tenuto a distanza. L’avvicinamento tra Germania e Francia era sempre più a spese dell’inclusione della Gran Bretagna. È chiaro che Adenauer non poteva coltivare allo stesso tempo gli stessi rapporti con l’Inghilterra e con la Francia, nonostante questi due fossero alleati nel determinare i destini della Germania. In seguito, gli inglesi si sono rivolti verso l’America. Bisognava creare immediatamente un’Europa forte, perché la parte orientale si era ben presto saldata attorno al Comunismo dell’Unione Sovietica. E la paura che il futuro Patto di Varsavia potesse prendersi l’altra parte di Germania era molto forte. Ecco perché si decise di coltivare questi assetti stabili. Con il grande europeista Spaak la situazione è diversa: il BeNeLux era nella CECA e Spaak era presente solo in alcuni degli incontri dei tre e a livello internazionale non interpretava un ruolo come quello di Adenauer, De Gasperi e Schuman. Con gli altri siamo nel periodo successivo (la mostra finisce con la morte di De Gasperi nel 1954). Schuman d’altra parte non era già più Ministro degli Esteri e Adenauer capì presto che fare l’Europa con De Gaulle era molto più complesso.

Lei vede all’orizzonte “tre amici” che possano rifondare l’Europa?

Adenauer, De Gasperi e Schuman si sono visti anche abbastanza poco: il loro concetto di amicizia era basato sull’incondizionata fiducia l’uno nell’altro. Si trovavano sullo stesso terreno ideologico e ognuno sapeva che poteva fidarsi incondizionatamente dell’altro. Un grande valore che oggi faccio fatica a rintracciare, dal momento che alcune idee fondamentali vengono interpretate in modo centrifugo. Cioè: oggi la Germania interpreta la solidarietà come rispetto delle regole, l’Italia interpreta la solidarietà è quella da mostrare in momenti di difficoltà. Gli stessi valori vengono interpretati in maniera non convergente, ma centrifugo. Certamente oggi le maggiori attese poggiano su Macron e Merkel.

Professore le faccio un’ultima domanda. Scrivete nel primo pannello della mostra: “Ma quando nacque l’Unione Europea il mondo non era migliore di oggi.” Come rifondare l’Europa, per abbracciare i cittadini in un nuovo grande progetto sulla base del lascito dei tre grandi?

Bisogna rafforzare le forze unitive, indebolite da alcuni meccanismi europei: se in ventisette stati ne basta uno per annullare qualsiasi modifica comune, questo non va. Oggi abbiamo forze antieuropee che si servono dell’Europa per innescare un sentimento antieuropeo nell’Europa stessa. Rafforzare le dinamiche unitive potrebbe anche significare un’Europa a due velocità: negli anni Novanta l’allargamento europeo era un qualcosa di dovuto (Helmut Kohl diceva che non si poteva unificare la Germania senza unificare l’Europa). Forse in questo momento, per dare nuova linfa e grinta all’Europa sarei favorevole a un’Europa a due velocità, purché non diventi de-solidarizzante. Secondariamente, bisognerebbe dare più potere al Parlamento europeo rispetto alla Commissione. Infine, bisogna far capire alla gente che di riforme non si parla soltanto, ma si realizzano in modo credibile.

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