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LA NOZIONE DI «VERITÀ» NELLA LEGGE DAI TEMPI ANTICHI ALLA POSTMODERNITÀ. INTERVISTA AL PROF. GALANTINI

Luca Galantini è docente di Regimi Internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e di Diritto Umanitario ad ASERI, l’Alta Scuola con la quale l’USI organizza il Master in Economia e Politiche Internazionali. È Visiting Professor di “International Negotiating Processes for the Cooperation and Human Rights in International Regimes History” all’Innopolis University di Kazan in Russia.

Professore, come si evolve il concetto di giustizia nella giurisprudenza?
La visione cosmocentrica imperniata su principi metafisici, in particolare cristiani, raggiunge l’apice nel Medioevo. Il Sacro Romano Impero, sebbene realtà caratterizzata da una pluralità di esperienze storiche, politiche e giuridiche, si fonda su un’unica piattaforma culturale, lo jus commune. Tale diritto riconosce l’imprescindibile necessità di ancorare le norme giuridiche a valori e principi eterni, quindi veritieri. Ciò si traduce nel primato del diritto naturale.

In cosa consiste?
Sia in ambito classico (Cicerone), sia in quello cristiano medievale (S. Tommaso), il diritto naturale riconosce la preesistenza di un complesso valoriale «nel cuore dell’uomo», ovvero un insieme di leggi eterne fondate su principi superiori di equità e giustizia. Ad esempio, Schiller, nel Guglielmo Tell, scrive che «la potenza del tiranno ha dei limiti. Quando non trova la giustizia in alcun luogo, l’oppresso si rivolge verso il cielo per riprendersi i suoi eterni diritti che stanno lassù, inalienabili e indistruttibili come le stelle». Questa concezione del diritto come manifestazione di verità e valori supremi verrà meno nel Rinascimento.

Cosa succede?
L’umanesimo ribalta la visione cosmocentrica (uomo non contepla più la verità) e propone una visione antropocentrica (l’uomo è egli stesso artefice della verità). In questo caso, lo stato di natura è anarchico: l’uomo non è stato creato da Dio secondo un progetto metafisico che ha come fine il bene, bensì si trova calato in una realtà conflittuale, dove deve affidarsi alla propria forza per sopravvivere («homo homini lupus»).

Come gestire questa conflittualità?
In un contesto in cui domina la violenza bruta e fisica del regnante («legibus soluto», sciolto dalle leggi), solo tramite un compromesso, si mantiene la pace (Hobbes, Il leviatano). Lo «jus» non è più «quia iustum» (=giusto), ma diventa «quia iussum» (=comando). Il diritto abbandona i binari della verità per diventare una manifestazione dell’autorità politica («auctoritas, non Veritas facit legem»).

Una secolarizzazione del diritto…
Sì, perché la legge diventa espressione della volontà generale. Se la società civile rinuncia di riconoscersi fondata sui principi immutabili di certezza della giustizia e della verità, la legge diventa ostaggio della fuggevole mutezza dei tempi.

E oggi?
C’è un’erosione del rapporto tra diritto e giustizia. Lo Stato è indifferente ad ogni istanza valoriale, perché vuole garantire la molteplicità atomizzata delle libertà individuali. Il costituzionalismo moderno è un surrogato artificiale del diritto naturale, come afferma il filosofo del diritto Finnis. Si assiste ad un dramma nichilista del diritto odierno, perché la verità – e la giustizia di conseguenza - cessa di essere un bene pubblico, o, meglio, meritevole di tutela.