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Davide Acito, fondatore della Action Project Animal, ci racconta il suo amore per la vita e l’impegno per difendere gli animali

Scopriamo chi è Davide

Matera è il mio luogo d’origine, ho vissuto in Veneto per studio e lavoro, poi sul Lago di Garda ed in fine sono arrivato in Svizzera a Lugano. Ho lavorato con organizzazioni no-profit come Amnesty International, Actionaid, WWF e molte altre, mi occupavo di far sensibilizzazione dei progetti con la raccolta di sostenitori e coaching per i nuovi ragazzi. Ho lasciato tutto però dopo aver scoperto del Festival di Yulin in Cina per andar lì a salvare i cani, vittime della manifestazione, investendo tutti i miei risparmi. È stato un viaggio avventuroso in quanto all’inizio ho anche sbagliato destinazione. Prima di affrontare poi un secondo viaggio, sempre a Yulin, ho fondato la mia organizzazione.

Approfondiamo la conoscenza proprio di questa: la Action Project Animal.

Volevo un progetto che agisse nella direzione della protezione degli animali, e da qui deriva questo nome. La nostra mission era appunto quella di salvare gli animali, anche se per il momento ci occupiamo di cani e di gatti che sono le vittime dirette di questo festival. Ma le nostre vedute sono molto larghe, ed in futuro sicuramente amplieremo il nostro raggio d’azione. Abbiamo infatti in cantiere un progetto in Indonesia dove ci occuperemo di serpenti e macachi, ma i tempi sono lunghi e servono ingenti risorse. Solo per Yulin infatti si lavora tutto l’anno e sono richiesti investimenti da centinaia di migliaia di euro. Una sola missione ci costa intorno ai ventimila euro, se teniamo conto delle risorse umane, viaggi e medicinali per gli animali che spesso sono molto costosi. E nonostante questo, abbiamo perso circa il 10% dei cani salvati. Chiudere questo festival però non è un obiettivo, in quanto è una tradizione diffusa in tutta la Cina, ma ci aiuta nel mettere sotto gli occhi del mondo questo problema, che altrimenti sarebbe rimasto silenzioso.

Purtroppo però siamo sostenuti poco dalle istituzioni. Mi piacerebbe attirare l’attenzione di qualche parlamentare europeo, che ci aiuti anche a trovare una via diplomatica qualora dovessimo essere bloccati lì. È un’azione pericolosa per noi, rischiamo l’arresto, ed io stesso sono stato arrestato una volta. Però è una cosa che ti gratifica molto, che ti fa sentire bene ed importante, salviamo delle vite.

Come si sostiene questo importante progetto?

Principalmente con le donazioni che riceviamo. A differenza di altre associazioni però, cerchiamo di dare un risultato immediato ai nostri donatori. Ad esempio, se riceviamo un milione di franchi, immediatamente mettiamo su tre centri di recupero o assumiamo altre dieci persone che ci aiutino sul territorio. Infatti con la donazione di Elisabetta Franchi, nota stilista italiana, abbiamo costruito il nostro primo centro: l’Island Dog Village, un’isola felice per i cani. Ovviamente questo è solo il punto di partenza, ma ci espanderemo anche in altri paesi asiatici.

Riusciamo a raggiungere al momento tantissime persone, e circa il 30% dei visitatori del sito poi dona. Da quest’anno inoltre abbiamo avviato dei banchetti nei quali parliamo con le persone e li invogliamo a firmare un contratto per una donazione annua fissa, in modo da avere una parte di capitali assicurata.

Una domanda però nasce spontanea: come mai arrivare fino in Cina nonostante ci siano problemi in “casa nostra”? Fenomeni importanti sono anche quello del randagismo o del maltrattamento degli animali da macello negli allevamenti.

Ci sono due punti fondamentali: il primo è che io non mi occupo di quello; il secondo è che in Europa nascono come funghi associazioni che trattano questi fenomeni, in Cina invece no. Nessuno è mai intervenuto là, proprio perché è un posto molto lontano da noi. Quella degli allevamenti è una questione delicata: non potrò mai entrare in un allevamento intensivo a salvare maiali o manzi, mi arresterebbero e non ho risolto nulla, è una cosa legale. Anche andando in Cina non risolvo il problema, ma almeno alcuni di quei cani sono vivi, ed ora hanno una vita agiata. E questa è la mia vittoria più grande.

Ma qual è il vero problema? Che questi animali vengano uccisi in modo brutale o piuttosto il principio stesso che le vittime siano cani e gatti, tanto cari a noi occidentali?

L’unica persona a mio parere che può dare un parere sincero e giusto è un vegano, o al massimo un vegetariano, perché non si può essere sinceri nell’accusare la tradizione di mangiare cani e gatti quando in casa propria poi si mangiano maiali, manzi e polli. Il problema vero è l’uccisione, ed è globale. Nel festival di Yulin, però, c’è l’aggravante della brutalità con cui viene commesso l’atto. Anche se si cerca di “umanizzare” sempre più gli allevamenti, come ad esempio gli allevamenti Svizzeri che sono tra i primi al mondo per diritti degli animali, il principio di tenere in cattura, mercificare e uccidere gli animali rimane comunque sbagliato. Chi ama la vita non può sopportare tutto questo.