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> Il virus assedia da mesi, la terra orobica non si arrende

La provincia di Bergamo si trova in Italia settentrionale, nel cuore della Lombardia. Vanta una popolazione di 1.120.000 abitanti (il triplo di quella del Canton Ticino).
Un territorio dai tanti volti: pianura, collina, laghi, valli e montagne. Una provincia incantevole per le sue ricchezze: natura, storia, cultura e folklore. Ognuno dei 243 comuni ha le sue peculiarità. Numerosissimi ed illustrissimi personaggi vantano le proprie origini a Bergamo, «il paese più bello del mondo», come affermò Stendhal a seguito delle truppe napoleoniche più di due secoli fa.
Nell’immaginario collettivo, il bergamasco è riconosciuto come un infaticabile lavoratore. Una qualità assai antica: Genova e Venezia prediligevano lavoratori bergamaschi nei loro porti già negli Statuti del Quattrocento. Il bergamasco spicca anche per la sua primitiva rudezza, acuita dall’accento della sua parlata, un dialetto talvolta incomprensibile persino agli altri lombardi. Tuttavia, la riservatezza e la freddezza iniziali si sciolgono ben presto, per lasciare spazio a sentimenti sinceri e puri di comunanza, condivisione e amicizia. Non è un caso che Bergamo sia la «città dei Mille», primeggi nelle attività di volontariato e filantropia. Sempre in prima linea se c’è da portare assistenza o soccorso.

Nella bergamasca, però, tutto sembra cambiare da fine febbraio. Circolano voci che il Covid-19 inizi a contagiare alcune persone. Serviranno le mascherine?
La terra orobica sobbalza quando è lanciata l’ipotesi di una possibile «zona rossa» ad Alzano e Nembro, due floride cittadine della Valle Seriana (di 25.000 abitanti totali). Ci si stenta a credere. Non è possibile che il virus dell’Oriente possa essere arrivato così vicino e senza far rumore. Ci si interroga se ciò possa essere vero, oppure le solite notizie esagerate della tivù. Lo stesso primo cittadino del capoluogo dice che sono solo «pregiudizi», per questo «Bergamo non si ferma». Un abbaglio.
Roma tace. La zona rossa non si fa. La vita continua come ogni giorno.
Poi, all’improvviso: decreto dell’8 marzo. E' zona rossa tutta la regione: la Lombardia è chiusa. Una notizia che lascia senza parole e allo sbaraglio. E ora? Cosa si fa? Alcune aziende continuano l'attività, altre, invece, sono costrette a chiudere. Molti bergamaschi sono a casa, i più giovani operano da lì (smart-working), altri continuano il lavoro, ma tutto pare cambiare: gli uffici sono vuoti. Le fabbriche rimaste semi-aperte fanno pranzare a turni e pochi alla volta nelle proprie mense.
La gente, però, non ci sta e, sebbene più accorta, non disdegna affatto ad uscire: è poco più di un’influenza.
Un caro amico bergamasco, neodottore a Brescia, mi scrive un messaggio: «Non fare uscire i tuoi genitori per nessun motivo, la situazione è gravissima». Lo sconcerto. Iniziano ad arrivare i primi numeri dei contagi: centinaia.
A inizio marzo i ricoverati sono già migliaia. Tutti gli ospedali bergamaschi hanno convertito interi reparti “classici” in unità Covid.
Il telefono squilla senza sosta, la voce di conoscenti, parenti e amici prova a rassicurare sullo stato di salute.
È ormai certo che il manifesto «andrà tutto bene» sarà solo una promessa bugiarda. Le brutte, tragiche e nefaste notizie non si fanno attendere: i primi conoscenti non ce la fanno.
Bergamo e i suoi abitanti, ligi e tenaci osservatori del lavoro, non rinunciano alla chiamata dell'Associazione Nazionale Alpini: è richiesta la disponibilità di 80 lavoratori specializzati in attività di artigianato, carpenteria, edilizia, idraulica ed elettronica. Sebbene senza retribuzione, le candidature sono state più di 300. I volontari, tra i quali anche i ragazzi della Curva Nord dell'Atalanta, hanno realizzato, sotto direzione degli Alpini e della Protezione Civile, il più grande ospedale da campo europeo, completo di macchinari e fornito di tutte le strumentazioni sanitarie, in soli 10 giorni.
Nel frattempo, la città è deserta. Rarissime le persone a piedi, nessuna vettura sulle strade. La polizia e l’esercito sono dispiegati nelle principali vie d’accesso cittadine, per controllare che nessuno si sposti senza un’adeguata motivazione.
I messaggi e le telefonate continuano incessanti. Le pagine dei necrologi sul giornale locale si sono quadruplicate, la fila dei carri dell’esercito uscenti dal cimitero monumentale cittadino ed i reportage televisivi girati nel territorio orobico hanno smosso le menti e tormentato gli animi di tutti gli italiani.
A differenza di canti e musiche sui balconi, forse dovuto al carattere nordico di cui si diceva in precedenza, a Bergamo regna un soverchiante e surreale sibilo silenzioso nelle sue strade, spezzato solo dal fragore delle sirene delle ambulanze. E' ora il suono della crocerossa che scandisce il tempo.
L’industriosa e attiva provincia è pressoché ferma. Gli inermi cittadini affidano le loro vite e i propri cari ai medici, agli infermieri, al personale sanitario, alle forze dell’ordine ed ai volontari.
Ogni bergamasco ha perso almeno un familiare, un amico o un conoscente in questi due mesi e mezzo. E' una strage di cuori.

Sospesa tra i colli ed abbracciata dalle sue Mura venete, patrimonio dell’umanità, anche la Città Alta pare trattenga il fiato, in attesa che le nubi si diradino e, finalmente, possa tornare a vedere lontano.

Forza Bergamo, «rinascerai»!