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L'isola che non c'è - Edoardo Bennato
Seconda stella a destra
Questo è il cammino
E poi dritto, fino al mattino
Poi la strada la trovi da te
Porta all'isola che non c'è

Forse questo ti sembrerà strano
Ma la ragione ti ha un po' preso la mano
Ed ora sei quasi convinto che
Non può esistere un'isola che non c'è

E a pensarci, che pazzia
È una favola, è solo fantasia
E chi è saggio, chi è maturo lo sa
Non può esistere nella realtà

Son d'accordo con voi
Non esiste una terra
Dove non ci son santi né eroi
E se non ci son ladri
Se non c'è mai la guerra
Forse è proprio l'isola
Che non c'è.

E non è un'invenzione
E neanche un gioco di parole
Se ci credi ti basta perché
Poi la strada la trovi da te

Son d'accordo con voi
niente ladri e gendarmi
ma che razza di isola è?
Niente odio e violenza
Né soldati né armi
Forse è proprio l'isola
Che non c'è.

E ti prendono in giro
Se continui a cercarla
Ma non darti per vinto perché
Chi ci ha già rinunciato
E ti ride alle spalle
Forse è ancora più pazzo di te

Nel 1980, ormai la bellezza di quarant’anni fa, usciva Sono solo canzonette, uno degli album capolavoro del all’epoca trentaquattrenne cantautore napoletano Edoardo Bennato. L’intera opera, ispirata alla favola di Peter Pan, contiene alcune canzoni che sono diventate tra le più ascoltate di sempre dai suoi fan, come Il Rock di Capitan Uncino, Rockoccodrillo e, soprattutto, L’isola che non c’è. Questa bellissima canzone, che parla appunto del posto fantastico dove vive Peter Pan, ha la capacità di riuscire a coinvolgere un pubblico dall’età eterogenea. Infatti è una canzone che può essere facilmente cantata dai bambini, con tono scanzonato e allegro, e dagli adulti, che di quel modo di cantarla ne conservano solo il ritmo. L’isola che non c’è dopotutto è il racconto della difficoltà e dell’amarezza di «diventare grandi», crescere, e pian piano perdere la spensieratezza del sognare, di immaginare cose e posti che non esistono, ma nonostante ciò percepirli come esistenti. Non solo, quindi, il sognare in sé per sé, ma il vivere il sogno nella sua concretezza. Come quando da bambini imbracciavamo spade e scudi di plastica insieme ai nostri amici e immaginavamo di conquistare chissà quale posto fantastico, trovare l’amore, e difendere la neo-conquista da ogni attacco, costruendo storie degne del miglior capitolo di un’opera di Tolkien. Eravamo così immersi nel sogno da viverlo come reale.

La canzone di Bennato, però, non è solo un inno nostalgico alla fantasia e alla voglia di sognare – nel suo caso un posto idilliaco dove non ci sono ladri e gendarmi, odio e violenza – ma, al contrario, un sottile scherno, una – non troppo – velata ironia su chi ha smesso di fare tutto questo, su chi si è fatto prendere troppo la mano dalla ragione e ha smesso di credere (dove con credere si intende fidarsi della propria immaginazione, andare oltre la noia del meramente possibile). Infatti, tutta la canzone è un’alternanza di opinioni, dal «son d’accordo con voi…forse è proprio l’isola che non c’è», al «non è un’invenzione e neanche un gioco di parole». Ma il punto di vista di Edoardo – l’eterno sognatore della canzone – diventa chiaro: «E ti prendono in giro se continui a cercarla, ma non darti per vinto perché chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle forse è ancora più pazzo di te».

Smettere di sognare è il biglietto per il viaggio non verso l’età adulta, ma verso la follia.