Alessandro BenedettiAlessandro Benedetti profile image

Il giornalismo è un atto di amore per la verità, di cura e dedizione nel raccontare lacerando ogni velo di mistificazione. Di conseguenza “mentire” è un verbo che non appartiene al vocabolario delle azioni del giornalista. La teoria dell’etica però, spesso, si scontra con quelli che sono i limiti dell’essere umano e capita che la debolezza prevalga sulla morale. Per poter capire come questo accade, per andare a fondo di questo intricato discorso che gravita sull’etica del giornalismo e sul valore della verità, ho conversato sull’argomento assieme a Marcello Foa. Difficile presentare un giornalista e scrittore di questa caratura, perché sarebbero troppe le cose da dire e poco lo spazio a disposizione. Mi resta da ricordare che nel 1993 è stato nominato da Indro Montanelli come caporedattore degli Esteri ne Il Giornale e dall’estate del 2012 oltre a rivestire la carica di direttore generale del gruppo editoriale mediaTI holding è amministratore delegato del quotidiano svizzero Corriere del Ticino. La sua esperienza giornalistica mi ha permesso di avere uno sguardo totale sul panorama giornalistico svizzero, italiano e non solo.

All’interno del suo libro “Gli stregoni della notizia” dice: «l’avvento dell’informazione continua, in una società ossessionata dall’immagine, ha reso i media invadenti al punto che li si accusa di aver creato una mediacrazia, ovvero una democrazia in cui i mezzi di informazione dettano legge». Sono passati quasi dieci anni da questa affermazione e la rete oggigiorno permette a qualsiasi ‘webete’ di informare, raccontare e parlare. Quanto è importante ancora il ruolo dei media tradizionali nella nostra società?

I media hanno ancora un enorme peso e questo è dimostrato dall’attenzione che i politici dedicano alla loro attività, anche se va fatta una distinzione importante tra quello che è il panorama svizzero e quanto accadde invece altrove. La Svizzera è una confederazione di modeste dimensioni in cui convivono diverse realtà linguistiche e questo fa sì che la grande stampa nazionale - che solitamente conosciamo in Italia, Francia e Germania - in Svizzera non abbia modo e ragione di esistere. Quello che i grandi media hanno perso hanno perso è la capacità di persuadere: fino a qualche tempo le notizie esistevano solamente se avevano risonanza a livello mediatico e di fatto si assisteva ad un monopolio delle informazioni e delle notizie da parte di pochi e grandi singoli protagonisti - con l’avvento di internet si sono moltiplicate le fonti e le possibilità. L’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti e la Brexit inglese sottolineano come i giornalisti, schierati con Hillary Clinton e in favore del Remain, non abbiano colto una frattura nell’opinione pubblica dovuta alla mancanza di fiducia nelle grandi testate giornalistiche – non sentendosi così più rappresentanti, gli elettori hanno cercato informazioni altrove.

Continua nel libro dicendo che «la nostra è una classe politica che sembra perseguire più il gradimento dell’opinione pubblica che gli interessi del paese». La recente politica estera si è allontanata nei fatti da quanto detto: Donald J. Trump, presidente degli Stati Uniti e Marie Le Pen, in corsa all’Eliseo, hanno allontanato la stampa dai luoghi di potere cercando di avvicinarsi al popolo tramite i social media.

Questo fenomeno è molto interessante: la stampa è ancora importante e ritenuta tale dalla maggior parte dei politici per ovvie ragioni; Quello che sta accadendo nei grandi paesi, e meno in quelli piccoli, deriva dal fatto che la stampa è sempre stata monocorde e autoreferenziale nel recepire soltanto una parte della realtà, quella in cui i cittadini non si riconoscono più. Se la stampa non fa il proprio dovere di osservatrice oggettiva della realtà, ecco che i lettori ricercano attraverso altri mezzi l’informazione. Nella campagna elettorale il rapporto diretto creato nei social network ha diminuito il valore di intermediazione politica rappresentato dai media tradizionali. Questa è una rivoluzione copernicana nel mondo dell’informazione.

Sempre all’interno del libro racconta di come Edward Bernays cambiò la colazione degli americani: esperto di propaganda, veicolò il messaggio che secondo studi medici ‘bacon and eggs’ fossero una colazione equilibrata e sana, inducendo milioni di americani a cambiare le proprie abitudini alimentari nel corso degli anni. Questa bugia ha cambiato lo stile di vita americano: esistono quindi bugie lecite nell’informazione?

[ride] Entriamo in un ambito filosofico molto difficile da affrontare. La bugia è buona per chi produce bacon, ma non di certo per chi lo consuma, perché senza essere un medico posso affermare che non sia salutare mangiare bacon fritto appena sveglio. È difficile avere un giudizio oggettivo: personalmente preferisco un sistema di logiche e dinamiche che tutelano la massima trasparenza e verità – le tecniche utilizzate da Bernays e che ancora oggi vengono usate, sono pericolose in quanto hanno il potere di modificare il tessuto sociale e il suo comportamento, senza che questi si rendano conto di essere manipolati. Da democratico non lo apprezzo e lo condanno.

Nel mese di aprile 2016 si è tenuto all’Università della Svizzera italiana un incontro sul tema whistleblowing, dove oltre a lei erano ospiti Urs Dahinden, Philip Di Salvo, Enrico Morresi, Marco Pratellesi. Nel mondo del giornalismo è sempre corretto informare e divulgare notizie o esiste un’etica che delinea un confine tra ciò che può essere detto e cosa è meglio tacere?

Bisogna essere pragmatici. Non si può sempre dire tutto, capita che alcune informazioni non possano essere rese pubbliche perché i tempi non sono maturi, ad esempio. Il problema è che si è abusato delle tecniche di informazione attraverso i leaks, ovvero indiscrezioni pilotate, che molto spesso rientrano in un meccanismo architettato. Questo ha provocato un cortocircuito tra
cittadini e media, provocando rigetto nei confronti delle istituzioni. Il whistleblower nelle sue intenzioni originarie è un reazionario ad ingiustizie della manipolazione ma il rischio è che venga sfruttato per fini arbitrari. Il capo del Servizio delle attività informative della Confederazione, Markus Seiler, durante una conferenza a Bellinzona disse: «fate attenzione, perché tutte le e-mail criptate che inviate prima di arrivare a destinazione vengono copiate e archiviate a Londra e Washington». Se questo viene fatto per arginare fenomeni negativi come il terrorismo allora è giusto e lecito, ma se questo viene usato normalmente è inaccettabile. L’ambizione di controllo della massa è proprio solamente dei regimi totalitari, e questa facilità nell’essere controllati ci priva della nostra libertà.

Come possiamo difenderci dalle fake news? È sufficiente selezionare e filtrare le notizie per curarci da questa minaccia, o il problema della post-verità è un male che appartiene al sistema informativo?

Ci sono due livelli: il primo livello di fake news strumentale è quello creato dai siti web poco attendibili che generano notizie false, il secondo è quello delle notizie manipolate a livello istituzionale da figure come lo spin doctor. Tutto rischia di essere, e non essere, fake news. Il compito del giornale in questi termini è quello di garantire, oltre alla normale cronaca, un dibattito: ne il Corriere del Ticino, ad esempio, non vengono precluse idee di alcun tipo: vi è spazio per opinionisti di destra come di sinistra, purché questo porti ad un proficuo dibattito. I giornali e i giornalisti devono tornare a sfidare il potere ricercando la verità, smettere di essere accondiscendenti per evitare il dibattito e l’autocritica, per difendere il lavoro di giornalista, che è il più bello del mondo. [ride]