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Incontro con Eleonora Benecchi, professoressa di Culture Digitali all’USI, autrice, coinvolta in progetti di ricerca a cavallo tra CH e Italia, tra digitale, fandom, giovani e digitalizzazione.

Possiamo dire ufficialmente che si è affermata una cultura digitale tra gli studenti?

Dai dati sappiamo che nel 2018 il cinquantatré percento delle persone sta su Internet. In Svizzera ci sono dei dati importanti di connessione alla rete, ma anche di dotazione di strumenti: nelle case degli svizzeri c’è almeno un computer con una connessione, una copertura veramente ampia. Se poi passiamo alla generazione dei giovani, le ricerche che conduciamo assieme all’istituto di psicologia applicata di Zurigo ci raccontano che ad oggi il novantanove percento dei giovani svizzeri è dotato di uno smartphone con connessione. Il che vuol dire che anche in mobilità siamo iperconnessi. Il novantaquattro percento dei ragazzi sta almeno su un sito di social networking o un social media. Dopodiché, bisogna capire come vengono usate queste connessioni: il fatto di avere a disposizione una tecnologia non necessariamente fa sì che questa venga utilizzata tutti i giorni. Dal 2010 ad oggi, in Svizzera i ragazzi non hanno diminuito il tempo passato in disconnessione dai media, il che vuol dire che la connessione alla rete ha “mangiato” il tempo che era dedicato ad altri media.

L’altro quarantasette percento resiste o non si può permettere questa tecnologia?

Sicuramente c’è una problematica di connessione e accesso alla rete che permane, ma ci sono delle risacche di non connessione in paesi moderni (ad esempio in Italia, dove in molte zone non c’è accesso alla rete). Anche in Svizzera ci sono delle zone in cui c’è un ostacolo tecnologico alla connessione, ostacolo dovuto anche difficoltà d’uso dei dispostivi (cioè, come diciamo oggi, non sono “userfriendly”); e poi c’è un ostacolo culturale: alcuni “intellettuali della rete” dicono “Noi dobbiamo resistere! Disconnettiamoci!”

È evitabile la digitalizzazione completa delle nostre vite?

Ci sono ancora strati culturali che non sono connessi: se immaginiamo la connessione come un processo in cui tutti saremo collegati e vivremo la nostra vita interamente su Internet, credo che siamo ancora molto lontani da questa visione alla Matrix. Quindi sì alla digitalizzazione, ma prendiamo con le pinze questa sensazione per cui ci sentiamo sempre tutti connessi. È una percezione che c’è molto nelle società occidentali avanzate, ma se andiamo nei paesi in via di sviluppo c’è un sistema mediale diverso (pensiamo all’importanza della radio in Africa). E d’altra parte i media tradizionali come la televisione hanno ancora un ruolo fondamentale.

La digitalizzazione ha ci ha aiutati ad essere più felici?

La felicità è un concetto molto relativo ed è abbastanza scollegata dalla tecnologia: possiamo essere molto felici nel momento in cui siamo iperconnessi, ma anche senza alcuna connessione. Ovvio che Internet ha potenziato la capacità di stare con le persone: se guardiamo al fandom, i fan prima di Internet stavano in nicchie scollegate una dall’altra. C’è stato uno studio interessante in Gran Bretagna che ha verificato come la connessione alla rete abbia consentito a delle ragazze che si riconoscevano in una cultura LGBT di potersi connettere le une con le altre, formare dei gruppi di autocoscienza e vivere la loro identità in maniera più positiva anche nel contesto di una cultura sociale che non le accetta. Molti studi sociologici dicono che la rete è un rifugio, un modo per trovare omofilia e connessioni con nostri simili; d’altra parte si parla anche di un abuso della rete, qualcosa che ci toglie dal nostro contesto sociale e non ci permette di strutturare quelle relazioni ricche che ci aiutano a superare i momenti difficili. Non farei un collegamento diretto tra sconnessione e felicità: la rete, come la vita, ci dà delle risorse da utilizzare.