Amedeo GaspariniAmedeo Gasparini profile image

«Le cose stanno così», parola di Roberto Gervaso, ospite di L’universo, Corriere del Ticino e Credit Suisse, ieri sera all’Università della Svizzera italiana, in occasione della presentazione del suo ultimo libro dal sottotitolo «L’Italia spiegata alle persone di buon senso».

L’accoglienza gioiosa delle belle occasioni, la cornice sempre calda del legno dell’Auditorium e la – narrata – serenità delle rive del Ceresio nulla hanno tolto alla verve puntuta di questo indomito narratore delle realtà politico-sociali del Belpaese. È la stessa Italia che possono vedere i professori, i politici, i giornalisti, i politologi, gli alti dignitari del Paese. Ma anche quella del semplice Cesaretto Mericoni, attento sessantenne osservatore della realtà, la cui impresa, da assiduo frequentatore del Bar Sport sotto casa, è quella di spiegare l’Italia a Tyrone, agente segreto americano che si trova a sbrogliare una matassa tipicamente italica, per lui non facile da capire in tutte le sue sfaccettature.

Chi l’ha capita veramente è proprio Roberto Gervaso, incalzato da Giancarlo Dillena, già direttore del Corriere del Ticino, e Amedeo Gasparini – studente al secondo anno di bachelor in Scienze della comunicazione all’USI e redattore di L’universo. Di fronte a un pubblico d’ogni età, dopo l’introduzione di Michela Clavuot, direttrice de L’universo, mensile del Corriere del Ticino, e il saluto di Marzio Grassi, responsabile Credit Suisse Regione Ticino, la storia degli ultimi decenni del Belpaese ha preso una forma concreta ma inconsueta. Perché «Robertino» l’ha vissuta in prima persona, da osservatore protagonista. Classe 1937 (la soglia degli otto decenni l’ha varcata nel luglio scorso), giornalista da sessant’anni. Scrittore, storico, ha firmato i primi sei volumi della Storia d’Italia col suo maestro, Indro Montanelli, che lo volle al suo fianco sin da giovane e lo trattava quasi come un figlio.

Viaggi in America e lungo la Penisola, poi le tre depressioni; il successo televisivo e ancora interviste e interviste. Gervaso li ha conosciuti tutti o quasi i grandi – e meno grandi – del Belpaese e non solo. Da Spiedi e spiedini a Lo stivale zoppo, Gervaso – che dice oggi di avere «un Niagara di acciacchi» – ha sempre narrato (polemicamente e, come direbbe lui, anche cinicamente) la Storia del Paese che, a volte, sembra essere sprovvisto di buon senso.

Una «decadenza irreversibile» nel Paese di «Pulcinella, Balanzone, Cagliostro e Arlecchino». Un popolo che ha capito meglio di tutti «l’arte di arrangiarsi» (che è un vizio e pure una virtù), ma che spesso «è servile e indolente». Insomma, «un Paese a cui manca il senso civico». Non le manda certo a dire a papa Francesco («se fossi un cattolico non lo apprezzerei, ma a narrarlo mi diverto»), diversissimo dal suo predecessore. Un giudizio al vetriolo sulla Chiesa «apostolica, romana, temporale e costantiniana». D’obbligo il commento sulla politica italiana, viste le recenti elezioni che riportano la cartina dei collegi elettorali a prima di Cavour e del suo Ottocento: Gervaso non esclude un «patto tra i populismi» tra Grillo e Salvini («per fortuna che c’è Mattarella!»).

Solo Trump – comparsa di rilievo nel suo ultimo libro – sembra salvarsi dai commenti negativi di Gervaso sulla politica: «Un americano che rappresenta gli americani, anche a livello fisico». Negativo invece il giudizio sull’«insipiente Obama». Domande aperte ma ficcanti, risposte articolate, acute, mai banali. Intervallate da aggettivi che riportano a un italiano tornato figlio del latino. E non del latinorum, perché Gervaso è sempre stato chiaro, non le ha mai mandate a dire. Tantomeno ora, che è più libero che mai.