Alessandro BenedettiAlessandro Benedetti profile image

Dal nostro ingresso nel mondo dell’istruzione siamo valutati e considerati in base all’assegnazione di un numero: siamo il 5° nome nell’elenco alfabetico, abbiamo una media del 8.45, dobbiamo raggiungere 60 ECTS, ci identifichiamo con il numero di matricola 34-129-293. In questo mare di numeri uno in particolare riassume il nostro percorso scolastico: il voto. Che sia in decimi, centesimi o un giudizio, è quel numero a dirci cosa abbiamo fatto e come, al punto da definire cosa meritiamo di fare, se possiamo farlo e così via. Il voto è diventato un segno indelebile, una cicatrice della nostra vita scolastica che racconta molto di noi. Come arriviamo però a diventare quel voto, in che modo siamo giudicati perché quel voto possa dire così tanto di noi? L’Università prevede che terminato il semestre ogni studente, in modo equo e insindacabile, sostenga un esame capace di stabilire quanto si è preparati in quel determinato ambito o argomento. L’imminente arrivo della sessione di esami ha portato un vento gelido di riflessione su quest’argomento: ma è davvero questo il modo giusto di valutare la preparazione di noi studenti? Se chiedessi ad un elefante, un pesce rosso, una tartaruga e uno scoiattolo di arrampicarsi su un albero, sicuramente sarei equo e giusto nel farlo, dando a tutti la stessa possibilità di esprimersi, ma davvero sarei equo e giusto nel valutare tutti allo stesso modo? Sicuramente lo scoiattolo si troverebbe più avvantaggiato rispetto ai concorrenti, così come succede negli esami universitari. Tutti noi siamo «unici e irripetibili», ma valutati come uni eguali algi altri. Sophie, francese e un po’ balbuziente, dovrà sostenere lo stesso esame orale di Giacomo, sicuro di sé e madrelingua. Perché nonostante le evidenti differenze, valutarli allo stesso modo? Inoltre, Sophie ha studiato in modo costante e preciso, giorno dopo giorno, arrivando all’esame agitata e insicura, ma pronta. Giacomo invece è stato settimane in vacanza dimenticandosi dell’esame, e solo il giorno prima dell’orale studierà il penultimo capitolo del libro, fortunatamente quello che gli verrà chiesto e così, Sophie e Giacomo verranno valutati allo stesso modo.

Per cercare di capire cosa pensano gli studenti a riguardo abbiamo lanciato un sondaggio sulla pagina Facebook di L’universo, dividendo l’opinione in un 47% favorevole agli esami come metro di giudizio per la valutazione, e un 53% contrario, fiducioso in un modo più equo. La prima a dire la sua è Sara, studentessa di comunicazione, che dice come «secondo me in certi casi e certe materie avrebbe più senso testare le nostre competenze in altri modi come per esempio una presentazione, un paper o una discussione orale. Imparare a memoria tutte le cose che ci vengono dette a lezione per me personalmente è poco produttivo. Imparo le cose per l’esame, mi impegno fino all’esame ma poi me le dimentico. Applicare la conoscenza alla pratica facendoci lavorare su casi specifici, facendoci riflettere a diversi metodi per applicare la teoria alla pratica secondo me sarebbe un metodo molto più efficace». Qualche commento dopo risponde Michela, anche lei studentessa di comunicazione, che invece sostiene «…che l’esame sia un’occasione per verificare ciò che lo studente ha realmente compreso del corso, nonché la sua capacità di farlo proprio ed esporlo. Se non ci fossero, a mio parere molti più studenti non avrebbero la stessa motivazione a studiare alcuni corsi poco simpatici ma necessari per la formazione. Sinceramente darei più spazio agli esami orali, uno studente deve saper parlare e esporre in modo corretto e l’esame è un ottimo allenamento».

Qualunque sia la tua opinione ti invito a esporla nei commenti del dibattito lanciato su Facebook e nel frattempo, che tu sia Sophie o Giacomo, augurarti una buona sessione di esami.